mercoledì 12 marzo 2014

Omicidio Chinnici

29 luglio 1983

Il silenzio pressava i nostri pensieri bloccati, avevamo la sensazione che una volontà superiore si fosse accanita contro le persone e come furia avesse voluto sfregiare anche la natura intera, ma solo in quell’angolo di mondo, a due passi dall’eleganza di palazzine liberty e curatissime piante centenarie.
Immobili, loro per necessità, noi per stupore e silenzio dei corpi. 


Aveva la faccia larga e sorridente come mia madre, il consigliere fatto a pezzi un giorno d’estate. Brandelli confusi suoi e dei suoi compagni potevano essere calpestati dai piedi incerti dei rimasti che vagavano sulle rovine, prima che il caos venisse transennato.
Era verde, la via Libertà, anche se era luglio e c’era molto caldo, e tutto era fermo come al solito, c’erano anche poche macchine. Svoltando l’angolo mi ricordo il grigio.
Di qualunque colore sia un palazzo, una volta distrutto, mi sembra che tutto si confonda nel grigio, e grigio c’era dappertutto, ma rosso no, non so se perché la mia mente lo abbia annullato nel ricordo o perché le sabbie immobili della devastazione abbiano inghiottito anche quello.
Tornammo indietro a cercare la normalità della città apparentemente intatta. Nei viali alberati ritrovammo calma. Ci tenevamo per mano, un gesto nuovo anche quello.
Diviso per due l’orrore sembrava diminuire.
Mi nascondevo dietro le tue spalle magre, ma già larghe, è stata quella la prima volta che ho cercato sostegno in te. La nostra età ci spingeva a ridere, malgrado tutto, bisognava farlo. Era il nostro modo adolescenziale di respingere la prima volta del male.
Io l’avevo conosciuto. O, meglio, per un istante, l’avevo riconosciuto come brava persona, di più non avrei saputo dire nella mia poca esperienza, non sapevo di processi, di criminalità organizzata, non sapevo di scorte. Sapevo di divise e silenzi perché facevano parte della mia vita quotidiana di figlia di poliziotto, ma m’intendevo di più dei modi per tenere le scarpe lucide o per smontare una pistola perchè l’avevo visto fare tante volte a casa. Quando uccidevano qualcuno mio padre non tornava a casa per giorni. Fu così anche allora. Io e te, quella sera, andammo a portare qualche panino avvolto nella stagnola, in questura, con la vespa bianca di cui mia madre, solo per quella volta, non ebbe paura.
La via Libertà era ombrosa di verde tranquillo, a due passi dalla rovina. La tua mano era nuova, come i tuoi capelli ricci sbiaditi da un sole che non avevi ancora condiviso con me. Impiegammo un po’ di tempo e di strada prima di mettere insieme un pensiero da dire, ma preferivamo non farlo. Mai avevo visto una devastazione del genere, in seguito non l’ho più voluta rivedere.  Avevo capito perché c’ero andata, perché non ci credevo che potesse accadere davvero una cosa così, mentre eravamo come stranieri per noi stessi, una cosa nuova difficile anche da definire, dolorosa da ricordare, troppo potente per essere compresa da sguardi innocenti. Lo eravamo allora, quando della vita non sapevamo altro che noi, il nostro amore piccolo e gioioso, colore del sole di luglio che filtrava tra le foglie dei platani antichi. Cosa siamo ora. Cosa è rimasto di quell’innocenza. Quante di quelle rovine, che non sono più negli occhi, abbiamo dentro.
Ci siamo abituati al grigio, l’ingiustizia ci appare endemica come la malaria delle paludi dell’antichità che vogliamo ritrovare, correndo a ritroso fino all’imbarbarimento più tecnologico. E’ successo anche a noi, di novità in novità, abbiamo toccato un vertice e siamo retrocessi nella scala dei sentimenti fino a non riconoscere più i nostri corpi. Non cammino più con te da tanto tempo, per le vie della città. E, se anche lo facessimo, non sarebbe certo per godere dell’ombra dei platani, andremmo di corsa di qua e di là per sbrigare commissioni, senza alzare gli occhi dal marciapiedi o dal volante. Più spesso da soli. La tua mano è tornata sconosciuta, strano sarebbe ora prenderla o anche solo sfiorarla. Ti scanseresti per una confidenza inaccettabile, adesso che la nostra vita insieme è un campo grigio di erbe sterili. Mio padre ora vive in campagna, preferisce il verde selvaggio di un posto incontaminato a tutto quello che è stato vivere in una città di rovine.

Marisa Vinci

L'attentato

Rocco Chinnici
Rocco Chinnici fu ucciso il 29 luglio 1983 con una Fiat 126 imbottita di esplosivo davanti alla sua abitazione in via Pipitone Federico a Palermo, all'età di cinquantotto anni. Accanto al suo corpo giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall'esplosione: il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato, e il portiere dello stabile di via Pipitone Federico, Stefano Li Sacchi. L'unico superstite fu Giovanni Paparcuri, l'autista. Ad accorrere fra i primi furono due dei suoi figli, ancora ragazzi.
Ad azionare il detonatore che provocò l'esplosione fu il killer mafioso Antonino Madonia.

(da Wikipedia)


Raffinare brown sugar in eroina

Francesco Marino Mannoia
Basta una cucina e poi ci vogliono due bacinelle d' acqua e poi un po' di fuoco, c' è una grande puzza e ci vuole però un po' d' aria... e questo è tutto». Quello di Ponte Ammiraglio era Nino Vernengo, da quel momento lo chiamarono "ù dutturi". Gli diedero fiducia. Ma all' inizio fece solo disastri. Si sentiva troppo furbo. Aveva visto all' opera i marsigliesi e si era accorto che per bilanciare i chili che perdeva la «pasta» durante l' ebollizione, ci aggiungevano tropeina e benzotropeina che raffinavano in altri alambicchi. "ù dutturi" fece un esperimento. Ne venne fuori una miscela terrificante. Lui e Pino Greco "Scarpa" inviarono una «partita» di quella roba agli americani. Morirono centinaia e centinaia di tossici, per le vie della grandi metropoli americane. E «ù dutturi» dovette restituire fino all' ultima lira incassata. Fu allora che il "chimico" Francesco Marino Mannoia fu istruito a dovere e messo ai lavori forzati. Si fermava solo quando non ne poteva più di tutti quei fumi e di tutti quegli acidi. 

(ATTILIO BOLZONI)

Dalla raffinazione si ottenevano cristalli di eroina pura che poi venivano schiacciati sino ad ottenere una polvere sottile, preziosissima, che alimentò quel grande traffico con gli USA che venne scoperto nell'ambito di quella grande operazione detta Pizza Connection (la droga veniva spacciata in pizzerie).
I corrieri della droga erano delle attempate signore di Torretta, a queste la droga veniva attaccata alle gambe con dello scotch. Per evitare che i cani della antinarcotici rilevassero odore di droga, le donne venivano spruzzate di eau de toilette Trussardi donna. Era efficacissimo. 

(Giorgio D'Amato)


Chinnici e la scuola

Andava nei licei e nelle scuole medie di Palermo, faceva informazione tra i giovani, spiegava cosa era la mafia dato che a Palermo si diceva che la mafia era inventata. Era anche per questo che dava fastidio, informando i giovani delle periferie e facendo cambiare loro idea, toglieva manovalanza alla mafia.

(Hubert Pennino)

7 commenti:

  1. FedericoMoccio12 marzo 2014 12:09

    Nel primo pezzo è come se si sentisse parlare la fotografia, leggevo con un occhio al rigo e uno all'immagine. Complimenti veramente, Marisa! Credo che questa sia la prima volta che leggo qualcosa di tuo, il silenzio di questo pezzo è veramente spiazzante!

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  2. Ha detto bene Federico: una fotografia color seppia con graffi grigi, che invade la vita a venire. Le macerie si riversano sulla esistenza che dal verde della giovinezza si tramuta in piatto grigiore anche se si è ancora vivi. Scritto bene, brava.

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  3. la scrittura di Marisa ha un tono grave, da campane che richiamano per un funerale. le prime 4 righe già dicono tutto.
    Giorgio

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  4. E' vero che quando accade qualcosa del genere si vuol vedere, proprio per essere certi che queste cose accadono davvero e quasi a voler misurare fin dove può spingersi l'orrore e la cattiveria umana. Il post mi è piaciuto parecchio e per come è scritto: è intenso è serio è doloroso, e per come tu accompagni il lettore dentro un fatto inenarrabile per la sua gravità.
    Complimenti Marisa.
    L.I.

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  5. Marisa è bravissima nel dare significato alle scene tramite I colori e senza scadere nel simbolismo. Il grigio della città per una volta pesa molto di più del solito perché stavolta è più vicino alla quotidianità di ogni lettore. Lungi dall'essere segno dell'amorfo, il grigio svela l'atrocita che scoppia nella normalità prima di tornare in maniera pigra ad essere se stesso. Lo scoppio cambia poche persone. Il resto nel grigio era e nel grigio resta.
    Si intuisce che la resa mi ha mandata in visibilio? Complimenti.

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  6. Ricordare quel giudice e quei giorni ha un valore altissimo. vorrei rammentare il libro che la figlia di Chinnici ha pubblicato proprio da qualche mese. E una immagine che ci ha restituito il regista di: La mafiauccide solo d'estate. Al funerale di Chinnici in una foto si intravedono dietro la bara il giudice Carlo Alberto Dalla Chiesa e il giudice Falcone poco più inditro a questi. Sono morti tutti.
    In un testimone passato da una mano all'altra...

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  7. "l'ingiustizia ci appare endemica" ...quanto è vera questa frase.

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