mercoledì 30 aprile 2014

Attilio Manca - La prostata di Provenzano

Medici di belle speranze, di Adele Musso

Quarantaquattro anni, un uomo intelligente, professionalmente affermato, una moglie e dei figli, la gioia dei miei genitori. I nonni ringiovaniscono quando hanno bambini tra i piedi, li amano più dei figli stessi. Li vedono poco perché viviamo distante, già la mia professione di medico mi ha portato lontano dalla Sicilia. Sono un luminare della medicina. All’inizio della mia carriera nessuno poteva eguagliarmi, operazioni in via laparoscopica dei tumori alla prostata, tecniche all’avanguardia per quelle malattie che incancreniscono i corpi sani e che si diffondono in silenzio, che resistono anche al denaro. Il mio fiore all’occhiello.

Si, sono bravo, ma non è vanagloria la mia, nel mio campo sono il migliore. Un giorno mi hanno portato un vecchietto, simpatico dallo sguardo mite ma insondabile. Mi pare si chiamasse Gaspare, come uno dei re magi. Era un re, il re di un abisso, ma io non lo sapevo. Era malato ed io l’ho curato. E come uno dei magi mi porta dei doni, specie per le Sante festività mi arriva della ricotta fresca e della verdura che fa tanto bene.
La malattia è equa nel colpire, il male spesso non lo è, soprattutto se si sceglie di viverlo.
Il vecchietto sta bene, sono stato bravo, ve lo avevo detto.
Certi miei colleghi non ci sanno fare, non capiscono un'emerita minchia.
Siamo partiti in tanti, medici di belle speranze, qualcuno non ce l’ha fatta però, strangolato tra Scilla e Cariddi, ecco perché bisogna migrare, andarsene, lontano e non farsi irretire dalla nostalgia. Avevo un collega dagli occhi azzurri, a lui non piacevano né il formaggio, né la cicoria. Ne ho visto uno in televisione, a faccia in giù, il naso spaccato, il sangue arrossa le coperte e scivola in una pozza sul pavimento; la bocca semiaperta mostra un sorriso deformato dalla fissità della morte, che se lo guardo meglio anche la mia bocca si atteggia ad una smorfia, ma io la mia la tengo chiusa.
Il corpo massacrato di botte è bluastro deformato dalla violenza dei calci. Pure drogato. E lasciamo perdere che era mancino e gli hanno fatto i buchi nel braccio sbagliato.
Nudo, umiliato, calunniato, annullato, non appartiene più a se stesso ma allo sguardo morboso, curioso osceno di chi sbircia dal buco della tv.
Camminava su una lastra sottile sulla quale si aprivano venature trasparenti e feroci e non lo sapeva.
Sono nel mio studio, cerco di aggiornarmi sempre, sulla scrivania tengo le foto dei miei cari e di questo collega falciato via come al tempo della mietitura quando il trattore spazza via tutto. Mi guarda con occhi limpidi, monito costante che mi ricorda che il serpente attorcigliato al bastone di Asclepio può anche mordere la mano fiduciosa che lo regge.



Il caso Manca, di Giorgio D'Amato


Bernardo Provenzano ha un tumore alla prostata. Gli consigliano di farsi assistere dal miglior urologo italiano, il dott. Attilio Manca, è in servizio all'Ospedale Belcolle di Viterbo. Non ci sono problemi, è di Barcellona Pozzo di Gotto, i suoi amici sanno come avvicinarlo.
I documenti per andarlo a trovare li abbiamo, usiamo una carta di identità intestata a mio padre, dice Salvatore Troia - a falsificarli ci pensa Francesco Campanella, presidente del Consiglio Comunale di Villabate. Bernardo Provenzano diventa improvvisamente Gaspare Troia.
Con questo nome nel luglio del 2003 Bernardo Provenzano va a La Ciotat, a 15km da Marsiglia. Lì c'è una clinica privata, la Licorne. Ad aiutarlo nelle ostilità di una lingua che non conosce, la moglie di Salvatore Troia, Madeleine Orlando, lei è francese. Dalla biopsia risulta che il latitante ha un tumore, l'intervento sarebbe da fare subito. Bernardo Provenzano decide di tornare in Sicilia e di affrontare l'intervento in autunno.
Riparte il 30 settembre in auto, con lui ci sono Nicola Mandalà, Ignazio Fontana, Michele Rubino, e ancora Salvatore Troia e Madeleine Orlando.
Il 22 ottobre Bernardo Provenzano viene ricoverato. In quei giorni il dott. Attilio Manca non è Viterbo, dove svolge la funzione di urologo, ma in Costa Azzurra - i parenti affermano di aver ricevuto telefonate. Il dottor Manca opera il signor Gaspare Troia con la tecnica della prostatectomia in laparoscopia. In Italia solo lui è in grado di farla. Nello stesso periodo a Bernardo Provenzano viene tolta una ciste tumorale all'omero.
Il dottor Attilio Manca ritorna in Italia. Confida ad un amico che, probabilmente, quel vecchietto che ha operato a Marsiglia è Bernardo Provenzano.
La notte dell'11 febbraio del 2004, qualcuno fa una visita ad Attilio Manca. Più di una persona si introducono a casa sua, lo denudano, lo uccidono con un mix di eroina, Diazepam e alcool, iniettando nel braccio sinistro. Il cadavere viene ritrovato con ecchimosi, ferite allo scroto e il setto nasale deviato (il cadavere di Attilio Manca). Tutte le impronte vengono cancellate tranne una che risulta appartenere al cugino Ugo Manca (pregiudicato, è stato già condannato per traffico di droga).
Il Gup di Viterbo, Salvatore Fanti, dichiara che Attilio Manca è morto per overdose di droga che si è iniettato da solo, al
braccio sinistro. Riponendo il tappetto alla siringa senza lasciare impronte. Peccato, quelli che si sono introdotti a casa sua non si sono ricordati che Attilio era mancino, o forse non gliel'hanno detto. Poco importa, questo dettaglio non è interessante per il Gup di Viterbo.
In questa storia c'è un gran delirio di onnipotenza. I mafiosi spesso si uccidono tra di loro: questioni territoriali, questioni legate al rispetto, traggedie che portano ad ammazzare cani con i propri cani. A volte muore gente che non c'entra nulla, gente il cui sbaglio è stato quello di aver visto troppo - trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Ma Attilio Manca fu scomodato. Gli fu chiesto di intervenire ad una prostata. Attilio considera quel Gaspare Troia uno che ha bisogno di un intervento per avere un'aspettativa di vita maggiore. Effettua l'intervento pur avendo il sospetto che l'uomo sotto i suoi strumenti è un capo di Cosa Nostra.
Attilio Manca meriterebbe grandi ringraziamenti. Bernardo Provenzano gli deve la sua vita, già aveva una cisti all'omero causata da cellule tumorali che venivano dalla sua prostata.
Bernardo Provenzano non ha alcun rispetto o forma di gratitudine per l'esistenza di un giovane medico che gli ha allungato la vita, tant'è che oggi è ancora vivo. Di tutti i suoi crimini questo forse è il peggiore.
O forse Manca, con il sospetto che ha avuto, potrebbe scoperchiare tutta una serie di connivenze tra Stato e mafia? Il Gup di Viterbo ha agito con modalità eccessivamente ingenue e che ingenue non sono se vengono lette come necessarie ai fini di compiere atti dovuti, atti necessari perché certi intrecci rimangano in ombra. Attilio Manca è un drogato, non è mancino puro, non lascia impronte. L'unica impronta ritrovata a casa sua appartiene al cugino Ugo che lo andò a trovare tre mesi prima dell'omicidio. Tutte le altre impronte, quelle dei parenti che lo andarono a trovare per Natale, quelle mancano tutte, tutte sottratte ad una rilevazione grazie ad un panno. Eppure quell'impronta non incrimina Ugo Manca, per il Gup di Viterbo non basta.
Che poi Attilio Manca non sarebbe mai andato in Costa Azzurra nell'ottobre del 2003. Lo afferma il capo della polizia di Viterbo, Salvatore Gava - attualmente sospeso in quanto avrebbe firmato pure un verbale falso circa i fatti violenti della caserma Diaz ai tempi del G8 (qui).
Se dei funzionari pubblici sono disposti a rischiare tanto, significa che stanno nascondendo qualcosa di grosso.


9 commenti:

  1. FedericoMoccio30 aprile 2014 15:49

    Sono i casi come questi che ti fanno riflettere, ti fanno dubitare di tutto e tutti, soprattutto di quelli che ti dovrebbero proteggere, che rappresentano l'autorità.
    E forse un modo per combattere queste cose è proprio parlarne, non far sì che finiscano nel dimenticatoio (io, ad esempio, prima di qualche settimana fa non conoscevo nulla di Attilio Manca), scriverne e confrontarsi. E però può bastare? Non ne sono molto sicuro.
    Comunque, grandissimi pezzi entrambi! Quello di Adele caratterizzato da un certo piacere di sguazzare nella melma (o sbaglio?), quello di Giorgio invece intriso di inquietudine e rabbia nascosta.
    Complimenti!

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  2. Non far calare il sipario su storie che pochi conoscono, dove il silenzio rimarrebbe l'unico spettatore soddisfatto è un dovere. Io conoscevo la storia attraverso un'intervista della madre di Attilio Manca, intervista che mi colpì profondamente.E' stato un pezzo difficile, forse per una sorta di coinvolgimento emotivo che non ti so spiegare e che mi ha visto combattuta sul taglio da dare. Resto convinta che questa morte debba essere chiarita. C'è tristezza, non so se si evince dallo scritto.

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  3. Adele narra benissimo, questi post sono davvero sorprendenti. Gd ci mette sotto il naso cose che perfino la stampa ci fa dimenticare troppo in fretta.

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  4. Sti ... azzi, che storia, che poi è la realtà!
    Conosco una che è farmacista che è sicura che quando andava un tizio in una certa farmacia di Corleone lei gli dava medicine per Provenzano.
    Mah, davvero la mafia non guarda in faccia nessuno: il fine giustifica i mezzi!
    Brava Adele.
    L.I.

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  5. La storia così come viene fuori dallo scritto di Adele e dalla cronaca dei fatti di Giorgo lascia senza parole.
    Anche perchè ripeto, l'ho detto altrove, sono un medico e tutto questo mi stravolge dentro e fuori. Perchè andare fuori dalla Sicilia permette a tanti colleghi visibilità e successo: simo in posti drigenziali delle migliori aziende del Nord. A chi resta con duro lavoro e cercando di non cedere ai ricatti del clientelismo capita, possono capitare, storie come quella raccontata da Adele che slitta verso uno scenario locale quanto in realtà capita a chi è uscito da qui. da questi territori infestati. E ripeto, l'ho già detto altrove, vorrei andar via, mai vinta dalla nostalgia, ma so che anche là fuori ormai non si salva più niente.
    Non so perchè
    E allora mi resta incassare la testa tra le spalle per diventare il più possibile invisibile e non "esserci" se non per pochi amici, quelli fidati
    E poi? Poi tanto quelli sanno sempre tutto e ti vengono a prendere. Sempre.

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    1. Si cerca di fare il proprio lavoro o professione con serietà e dignità, ma ciò non rende immuni o invisibili, anzi. E allora? Allora si continua con fede incrollabile nei riguardi di se stessi e del mondo che vorremmo, e che è tanto diverso da ciò che è. Clotilde sei un medico e meno male che ci sei e sei rimasta in questa terra di fughe e di rapina.

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  6. Della vicenda di Marsiglia avevo letto qualcosa. La parte mancante l'ho trovata qui. Grande Giorgio.

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  7. Dimenticavo, i miei complimenti anche ad Adele per quanto scritto. Niente male davvero.

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